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28 Dicembre 2014 | Stefano Gioia

Ho sempre amato le storie dei grandi sportivi: Mohammad Alì-Cassius Clay, Babe Ruth, Maradona, Sergei Bubka, Fausto Coppi…gente che con lo sport ha scritto pezzi della storia influenzando chi li ha visti e conosciuti. Soprattutto trovo oltremodo coinvolgente ed emozionante capire qualcosa di chi magari per un momento ed in un ambito circoscritto è riuscito ad essere il Campione, il migliore e non necessariamente per la conquista di un trofeo: un impresa, un gesto indimenticabile, una condotta di vita unica…Ecco, chi ci riesce, anche solo per un momento, al cospetto dell’umanità è per me uno davvero speciale. A dire il vero di ragazze e ragazzi speciali al Saturnia ne abbiamo qualcuno, così ho cominciato col chiedere a Lorenzo Tedesco di raccontarmi qualcosa; il risultato lo pubblico qui sotto e sono certo che potrà intrattenere ed ispirare più di qualcuno…
Il mio canottaggio: Esperienze giovanili e perché amo ancora praticarlo

Ormai sono passati 15 anni. In un soffio, sono già 15 anni che pratico questo sport. Ma a dire il vero, è da quando sono venuto al mondo che vivo tra barche e remi. Mi ricordo ancora (a livello di flashback, ovviamente) alcune scene viste, e bellissimi momenti vissuti quando ero ancora “in fasce”, su campi di gara come Piediluco, Gavirate, Varese o Macon (Francia) . A volte, mi diverto a sfogliare alcune vecchie foto, e mi rendo subito conto che sono nato per fare canottaggio. Non penso di esagerare dicendo questo, perché è stato proprio grazie a mio padre che questa passione mi è stata trasmessa, quindi penso si possa tranquillamente dire che “ce l’ho nel sangue”.
Dopo una breve (e non troppo brillante) esperienza nel mini-basket, nell’ormai lontano 1999, capito che quella non era la strada adatta a me, mio padre (sempre lui) mi consigliò di provare a prendere in mano i remi. Essendo lui un tecnico, ci si potrebbe aspettare grande aspettativa da parte sua, o persino un’imposizione che poteva indurre quel bambino di 9 anni a sentirsi “obbligato” a non deluderlo. Tutt’altro. Ricordo ancora bene le sue parole: “Prova a vedere se ti piace”. Ricordo altrettanto bene anche la prima uscita, con la barca “Borino”, e con lui che mi teneva con uno spago per evitare che mi allontanassi troppo dal pontile. Mi resi subito conto che, effettivamente, mi piaceva proprio, e da quel giorno non mi staccai più da questo mondo.
Le prime categoria passarono in fretta: Allievo A nel 2000, con piccole gare rappresentative; Allievo B1 nel 2001 con il mio prima Festival dei Giovani a Candia e la piccola soddisfazione di esser stato “premiato” come atleta più giovane della manifestazione (essendo nato il 30 dicembre); Allievo B2, iniziavo a crescere e a divertirmi sempre più con il mio gruppo di piccoli amici canottieri; Allievo C, sempre più convinto della mia scelta, allenato da Stefano Gioia, vinsi la prima gara nazionale a San Miniato in 4x con Simone Ferrarese, Luca Morosetti, Vincenzo Cotognini, ed il mio primo Campionato Regionale a fine stagione in doppio con Luca Morosetti:EE’EE è stata la conferma che mi ha motivato ad allenarmi sempre più convintamente; Cadetto, anno 2004: ultimo anno di categoria, quello in cui volevo raggiungere i migliori risultati possibili, non ancora raggiunti fino a quel momento, per chiudere quella prima parentesi remiera in bellezza. Gare stupende al Festival di Genova mi hanno consentito di arrivare primo in batteria e terzo in finale, sempre in 4x, sempre con i miei amici sopra citati, i quali sono tutt’ora tra i miei più grandi e fidati amici.
Anno 2005, si volta pagina, si passa con Spartaco Barbo. Sempre visto da noi “piccoli” come un tecnico molto duro ed esigente, Spartaco all’inizio intimoriva quel ragazzino di 62 kg che aveva come unica arma solo la voglia di dimostrare, a sé stesso e agli altri, il proprio valore.
I primi 3 anni in squadra agonistica volarono, ma nel secondo anno di categoria Junior, grazie all’ottimo esempio di compagni di barca più grandi ed esperti, la mia crescita non era più solo fisica, ma iniziavo a diventare consapevole del mio corpo e della mia mente, e, rendendomi conto di “conquistare terreno” in questo senso, la mia soddisfazione aumentava in modo direttamente proporzionale alla sempre maggiore “fame di risultati”.
Non voglio dilungarmi troppo, rischiando di tediare i lettori, con una “lista della spesa” dei miei risultati, grandi o piccoli che siano, dal 2008 (anno del mio primo Campionato del Mondo e del mio primo Campionato Italiano vinto) ad oggi. I risultati e le imprese sportive si possono ricavare da diverse fonti. Quello che, invece, è più difficile da trovare e da comprendere, sono le emozioni e le sensazioni che ho provato in questi anni, e che continuo a provare.
Nel mio percorso ho imparato a conoscere (non come significato delle parole, ma come emozioni provate, vissute e toccate quasi con mano) valori come la determinazione, la tenacia, lo spirito di rivalsa, il rispetto, il rigore, la forza di volontà e lo spirito di squadra. Una volta appresi, li ho fatti diventare tra i principi più radicati in me. Questi mi hanno consentito di sopportare carichi fisici e psicologici che coloro i quali non praticano questo sport a livello agonistico non riuscirebbero a reggere, e nemmeno a comprendere nel profondo. Si usa dire che noi canottieri siamo molto dediti ai sacrifici (ad esempio, il dover svegliarsi alle 5 di mattina); con la maturità di atleta che penso di aver ormai raggiunto (seppur sempre in continua evoluzione), capisco che non è cosi: chi decide di dedicare gran parte della propria vita a questo sport non fa sacrifici, ma fa degli investimenti: investe il proprio tempo e la propria energia a raggiungere e poi superare limiti che altrimenti sarebbero invalicabili. Questo lo apprendo ogni giorno, anche grazie a quel tecnico duro ed esigente di nome Spartaco Barbo, al quale oggi devo molto. Personalmente, non ho mai avuto valori fisiologici estremamente talentuosi che mi consentissero di essere tra “le prime scelte”, quindi ho sempre dovuto (e fortissimamente voluto) conquistarmi qualsiasi tipo di risultato (o posto in barca) con non poche fatiche. Insomma, non mi è mai stato regalato nulla. Penso che, se dopo 15 anni continuo imperterrito nel mio percorso di atleta, è proprio grazie a queste fatiche vissute che ci riesco; infatti, sono ormai “abituato” a dover lottare a testa bassa contro me stesso e contro qualsiasi avversario, e dò per assodato che la strada è sempre in salita se si vogliono raggiungere determinati (e determinanti) risultati.
Tutti gli sport sono formativi per il carattere di un bambino, che diventerà ragazzo e poi uomo, ma penso (forse perché sono di parte) che il canottaggio sia una vera e propria metafora della vita.
Ho iniziato col descrivere (nel modo più breve possibile) la mia esperienza di atleta, raccontando che la passione per il canottaggio mi è stata trasmessa da mio padre. Oggi però, mi rendo conto che non è più di passione che si tratta: per me il canottaggio è uno stile di vita. Perciò raccomanderei questo sport a molti giovani, non per la sola ambizione di diventare campioni attraverso i risultati sportivi, ma, senza alcun dubbio, con la prospettiva di diventare uomini migliori. Io, ne sono certo, questo stile di vita non lo abbandonerò mai.
Lorenzo Tedesco

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